 Raccontare le emozioni che nascono dall’ineffabile bellezza delle piccole cose è compito arduo e rischioso: spesso si cade nella banalità senza esprimerne la vera essenza. Quando ci si trova davanti a certi capolavori di semplicità non si riesce sempre a trovare le parole adatte a descriverli: si rimane ad ammirarli, raccolti in silenzio, e si lascia che siano loro a guidarti verso nuovi orizzonti. Questa è la sensazione che, a cinque anni di distanza dalla sua uscita, “Parachutes” genera in me. Riascoltare a mente fredda l’album d’esordio dei Coldplay non toglie quella calda sensazione di tepore emanata dal suono limpido e cristallino di canzoni come “Don’t Panic”, “Spies” e “High Speed”, quel sano brivido di perfezione che mi assale durante “Shiver”, quell’atmosfera magica che attraversa tutto l’album passando per “Yellow”, “Trouble” fino a “Everything’s Not Lost”; anzi, ci si rende conto dell’incredibile maturità artistica che il quartetto inglese aveva già all’esordio, riuscendo ad incorporare ed elaborare in modo assolutamente originale la lezione di stile di Thom Yorke e dei suoi Radiohead. Già allora si intravedeva oltre la nebbia della pianura inglese l’alba di un nuovo, radioso giorno per la musica d’oltremanica. I Coldplay di “Parachutes”, con la loro abbagliante genuinità, ne segnano un capitolo fondamentale.
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