 Dietro al successo degli Amusement Parks On Fire si cela una delle tante storie metropolitane di oggi fatte di solitudine, genio e desolazione moderna. Michael Feerick a vent’anni sembra avere capito tutto della musica di oggi. Le sue composizioni sono figlie della sofferenza, dell’incomprensione e descrivono sapientemente lo sfascio culturale che si pone davanti a noi ogni giorno. Melodie che strizzano l’occhio a una scena indie al massimo del suo fulgore mediatico ma anche passaggi decadenti che ricordano Sigur Ros e Mùm entità islandesi di quel pop atmosferico che sta regalando capolavori su capolavori in un momento storico dove certe melodie necessitavano di riaggiornarsi. Dopo la struggente introduzione di ‘Jewels’ tocca a ‘Venus In Cancer’ condurci lentamente nella suadente elettricita’ di un debutto toccante. Le piaghe di dolore dei Puressence emergono in chitarre lontane anni luce che tornano a farsi sentire nel post punk di ‘Eighty Eight’ e ‘Venosa’ lucide intromissioni in universi paralleli tra modernità retroattiva e un passato difficile da scordare. ‘Smokescreen’ racchiude al suo interno tutti questi elementi presentandoci una band già pronta per il grande salto e un compositore capace di isolarsi nuovamente nell’incresciosa beatitudine del suo talento. Inconsapevole forse che così facendo sarà presto sulla bocca di tutti..
 Per parlare degli Amusement Parks On Fire è necessaria una premessa: il leader di questa nuova realtà inglese di Nottingham ha 20 anni appena compiuti e si chiama Michael Feerick. A 16 anni ha deciso di isolarsi dal mondo intero ed ha imparato da autodidatta a suonare qualsiasi strumento gli capitasse per le mani per realizzare il proprio progetto musicale. Che questa non sia propriamente una delle tante leggende metropolitane lo dimostra il fatto che a 19 anni si è fatto notare con i primi demo da Geoff Barrow (Portishead) ed è entrato in sala di incisione per la Invada, producendo e suonando il proprio disco praticamente da solo. Il risultato di questa impresa è un disco insospettabilmente maturo ed affascinante. Feerick sfodera chitarre distorte, muri sonori ben congeniati, sullo sfondo dei quali intesse melodie noise molto azzeccate. Anche quando indulge in momenti più riflessivi, al pianoforte o con sessioni di archi, lo fa con grande stile. Molti hanno acclamato al rilancio dello shoegazing fine anni ‘80 sullo stile dei My Bloody Valentine di Kevin Shields e dei Swervedriver, altri tirano in ballo i Sigur Ros nella track iniziale ('Jewels'). Personalmente io ho intravisto lo spettro del Billy Corgan di 'Siamese Dream' aleggiare tra i riff di 'Venus In Cancer'. Non so voi, ma io già aspetto il seguito di questo disco.
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