 Sospesi in uno strato atmosferico laddove si mescolano correnti d’aria provenienti da oriente (non sbagliamo se facciamo riferimento all’India) e altre che da parecchio tempo (diciamo dagli anni ’70) ristagnano sulla superficie terrestre e ne condizionano il clima a intervalli ciclici producendo una forma evoluta di raga rock. Ad arricchire ulteriormente lo scenario ci pensa poi un clima da colonna sonora che non può non portare alla mente il lavoro svolto da Ennio Morricone e Angelo Badalamenti, oltre a tutto quanto di musicalmente affascinante i Grails hanno saputo regalarci nelle quattro precedenti pubblicazioni e qui facciamo riferimento alla psichedelica desertica, all’hard rock, al post rock, allo stoner, al drone rock, al folk di derivazione britannica, al blues gotico e al kraut rock. Ma queste sono solo definizioni, utili finché si vuole, ma non tali da consentire a chi il disco non l’ha ancora ascoltato di comprendere quale magia emanano le cinque composizioni modellate dalla band di Portland (per l’occasione con una line-up a cinque aumentata dall’ingresso di Ben Nugent alle percussioni e con il conseguente passaggio del neo OM Emil Amos alla chitarra). Onde di riverberi di chitarra, sitar evocativi, percussioni ipnotiche, synth delicati, arrangiamenti di harpsichord, violoncello e pianoforte, oscuri e misteriosi paesaggi sonori, continui contrasti tra note e ambientazioni, ritmi complessi, evoluzioni e sperimentazioni, ma anche esplosioni sostanziose e groove che intercalano celestiali voli nello spazio. Assolutamente bello!
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