 Dopo un album come ‘Showbiz’, i Muse hanno spiazzato tutti estremizzando il loro suono e spingendolo verso territori nuovi, spaziali. ‘Origin Of Symmetry’ stravolge tutto quel che si era pensato dei Muse prima della sua pubblicazione: quasi impossibile trovare punti di riferimento di fronte ad un impianto musicale di tale impatto. Già il primo singolo ‘Plug In Baby’ ci aveva fatto intuire il potenziale del disco: una furia elettrica che riusciva ancora una volta a sposare perfettamente pathos e melodia, cattiveria e orecchiabilità, in una continua alternanza di quiete e delirio. Ed ascoltando tutto l’album si capisce che l’arma vincente dei Muse, quella tensione compositiva che faceva mutare la malinconia in rabbia grazie ai continui climax, è cresciuta in mano ai tre ragazzi aumentando di intensità sonora e di consapevolezza. La voce di Matthew Bellamy continua a trafiggere la carne con i suoi saliscendi, la sua chitarra si fa più robusta, la sua tastiera si innalza a disegnare magnifici salti nel vuoto, come nel capolavoro ‘Bliss’, od affascinanti deviazioni soul come la cover di Nina Simone ‘Feeling Good’. ‘Hyper Music’ squarcia l’aria con tutta la sua violenza, ‘Citizen Erased’ è una lunghissima cavalcata nella disperazione, ‘Space Dementia’ segue la progressione pianistica di Bellamy verso nuove vette di trasporto emotivo. Il falsetto di ‘Micro Cuts’, se possibile, sublima questo trasporto, facendoci capire che una volta avventuratisi in questo album sarà difficile staccarsene. Cosa in parte chiara già dall’iniziale ‘Newborn’, ma che nel momento in cui arriviamo a ‘Darkshines’ diventa palese. Un piccolo capolavoro di melodramma elettrico.
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