 Pensavate che l’indie fosse qualcosa di poco conto ? Un attimo e tutto sarebbe finito nel nulla. Invece l’ascesa di gruppi come gli Arctic Monkeys sta mettendo in crisi un mercato americano da anni refrattario nei confronti di tutto quello che proviene dal nostro continente. ‘Whatever People Say I Am..’ ha battuto ogni record di vendite in Inghilterra e in mezzo mondo e l’ha fatto perché oltre a sapersi adagiare perfettamente tra le morbide braccia di un trend in pieno vigore ha il potere di farti smuovere dalla prima all’ultima canzone. L’energia dei suoi singoli (‘I Bet You Look Good On The Dancefloor’ e ‘When The Sun Goes Down’) è qualcosa di insostenibile e piacerà sia a chi è abituato a sonorità ben più pesanti sia a chi passa le giornate davanti a MTV. Gli Arctic Monkeys sono esattamente quello che vuole una Londra ancora scossa dagli attentati terroristici che si interroga sul futuro e allo stesso tempo non riesce a controllare la sua espansione tecnologica: quattro ragazzi di periferia (Sheffield) abbastanza carucci da piacere alle ragazze e tanto avventati e scellerati quanto basta per diventare le nuove icone perdute di una scena alla ricerca di altri Pete Doherty. Tutto il resto non importa e comunque l’album si lascia ascoltare eccome. Vedremo se la band riuscirà a sopravvivere nel caos multimediale da lei stessa generato..
 Ci siamo. È arrivata la verità definitiva sull’indie rock britannico. Almeno, così sembra. Un gruppo capace con il solo passaparola internettiano di rivoluzionare il panorama discografico inglese dell’ultimo decennio. Sarà vero? A sentire NME, gli Arctic Monkeys sono davvero il possibile ‘non plus ultra’, i paladini dell’assalto indie alle classifiche. Due singoli consecutivi in cima alle single charts fin dal debutto, l’album d’esordio venduto più velocemente nella storia, una quantità di prenotazioni che non si è vista nemmeno per gli Oasis di ‘Definitely Maybe’, il personaggio più cool della scena rock attuale identificato con Alex Turner, lo sbarbato ventenne leader del gruppo. Un assalto mediatico, una hype di proporzioni mastodontiche che non si era mai vista prima d’ora, questo sì. Record a ripetizione. Ma i suddetti Arctic Monkeys, in definitiva, come sono? Se ancora non avete raccolto nulla di loro nel vorticoso scambio p2p che ha visto la band esplodere, l’ascolto di ‘Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not’ potrebbe cogliere di sorpresa più di una volta. Alla prova del nove gli Arctic Monkeys sbattono in faccia a tutti, detrattori a priori ed indefessi cultori, idee chiare, capacità, talento. Una sapiente unione di elementi trasversali nell’universo brit-rock attuale (Franz Ferdinand e Libertines) innestati in un’attitudine musicale tutt’altro che disprezzabile, fatta di canzoni robuste, dai suoni pieni, freschi. I riff chitarristici si sovrappongono tra loro intelligentemente, la batteria continua per tutto il disco a mantenere alta la fisicità della musica. E quando l’atmosfera si fa più romantica, il tocco diventa aggraziato e di classe. Un piacere per le orecchie. In questo album c’è abbastanza materia prima da riempire la classifica dei singoli per un anno e più. Aspettiamoci adesso una conferma dalle esibizioni dal vivo, perché in studio la prova è superata brillantemente. E speriamo che i primi segnali di scarsa umiltà dati dalla band siano presto moderati. Un’attenzione mediatica del genere avrebbe montato la testa a chiunque; le potenzialità ci sono e sono enormi, ma c’è ancora molta strada da fare prima di diventare una vera e propria icona del brit-rock.
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