 Il loro nome circola già da un po’ nella scena indipendente inglese grazie a due singoli di grande impatto come ‘Love Is A Number’ e ‘Alsatian’; hanno girato l’Inghilterra in tour di spalla ai Rakes ed hanno attirato l’attenzione di molti appassionati; per lanciare l’album hanno dato alle stampe un nuovo singolo spettacolare, ‘Girls In The Back’. I White Rose Movement, quintetto londinese guidato dal cantante Finn Vine, si presentano alla grande con il loro debutto ‘Kick’ e si candidano ad essere una delle migliori scoperte in questo inizio 2006. Fin dall’inizio appare chiara la loro formula: dark-wave, synth-pop ed elettronica a piene mani, un’immersione completa nei primi anni ’80 e nelle migliori espressioni del periodo, vedi New Order e Joy Division, Depeche Mode, Cure, Duran Duran. ‘Kick’ è un continuo ed infetto incalzare di riff isterici, voce distorta e synth imponenti; ‘Girls In The Back’ gioca abilmente sulla ritmica spiazzante per creare una progressione dance da antologia; ‘Love Is A Number’ aumenta i battiti e offusca l’atmosfera in un turbinio ammorbante. ‘Alsatian’ e il suo incedere minaccioso lascia spazio a ‘London’s Mine’, vero diamante dark-wave incastonato a metà strada tra Cure e New Order, forse il pezzo migliore dell’album, seguito a ruota da un altro piccolo gioiello come ‘Pig Heil Jam’. ‘Idiot Drugs’ esplode in vera e propria schizofrenia electrowave, mentre ‘Deborah Carne’ ci fa vedere quali cose meravigliose può generare l’eredità dei Depeche Mode. Le eccellenti ‘Testcard Girl’ e ‘Speed’ ci conducono splendidamente alla chiusura in stile Duran Duran di ‘Cruella’. Pochi gruppi possono dire di essere riusciti ad assimilare così bene le sonorità di quegli anni da destreggiarsi con cotanti riferimenti ed esserne usciti non solo indenni, ma anche a testa alta e brillantemente. Un album che farò decisamente fatica a togliere dal lettore.
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