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Hall Of Mirrors
Hall Of Mirrors


From: Italia
Site: www.myspace.com/hall...

Discografia

Reflections On Black (2007)
Forgotten Realm (2009)

Reviews

All Cd   
All Interviews   

(segue)

Esiste una sala degli specchi che riflette l'immagine che vi siete fatti nella vostra mente?
(Giuseppe Verticchio) L’idea della “Sala degli Specchi” è in realtà un concetto piuttosto “astratto”, una suggestione. Un’immagine che nella mia mente appare ancora confusa, sfocata, imprecisa, evenescente. Non ho mai cercato di metterla “a fuoco” troppo seriamente a dire il vero, né come immagine (ma di certo la vedrei come un’immagine in bianco e nero), né più razionalmente come concetto  ma secondo me va bene ed è giusto così….
(Andrea Marutti) Non riesco a non associare la “Sala degli Specchi” con la meravigliosa opera di Niki de Saint Phalle intitolata “L’imperatrice/Sfinge” ospitata nell’incredibile “Giardino dei Tarocchi” che si trova in Toscana dalle parti di Capalbio in provincia di Grosseto. Le pareti interne e il soffitto della costruzione sono totalmente ricoperte da frammenti di specchi ed anche parte dell’arredamento lo è… Pare che durante la costruzione del giardino – durata più di diciassette anni – l’artista abbia abitato in questa casa “magica” per lunghi periodi di tempo. Si tratta di un posto davvero fantastico di cui consiglio assolutamente la visione a chiunque!
Che rapporto avete con la musica etnica?
(Giuseppe Verticchio) Personalmente molto buono. Amo la musica etnica, ovviamente non tutta e non indistintamente, mentre invece non amo affatto quelle forme musicali di matrice folkloristico-popolare che troppo spesso vengono erroneamente definite “musica etnica”. E’ un errore molto comune anche tra molti “addetti ai lavori” che confondono spesso e con estrema facilità tali espressioni musicali con quella che invece è la più “vera”, antica, pura e genuina musica etnica. E’ sicuramente vero che entrambi i “generi” sono accomunati da una sostanziale appartenenza a determinate e circoscritte aree geografiche, ma definire parimenti “musica etnica”, tanto per fare un esempio la “Tammurriata nera”, canzone popolare napoletana composta poco più di cinquanta anni fa, e la millenaria musica tradizionale-rituale degli aborigeni australiani, è evidentemente una grande forzatura, o quanto meno una eccessiva semplificazione. Aggiungo ancora che ascolto abitualmente musica etnica, e che possiedo e utilizzo spesso nei miei cd strumenti etnici (seppure in modo non proprio “convenzionale”), per lo più di origine asiatica, personalmente reperiti (talvolta anche con una certa difficoltà) soprattutto in Thailandia.
(Andrea Marutti) Beh, tra noi due il più competente – e appassionato - della materia è sicuramente Giuseppe. Non ho mai approfondito molto la conoscenza dell’argomento e le mie sporadiche frequentazioni del genere si limitano alla musica Qawwali di Nusrat Fateh Ali Khan, diffusa nel mondo grazie anche all’etichetta Real World di Peter Gabriel, e alla musica Gamelan indonesiana.
Come avete composto le tracce di 'Forgotten Realm' e che tipo di strumentazione avete utilizzato?
(Giuseppe Verticchio) “Forgotten Realm” è stato composto e registrato tra maggio e ottobre del 2007, seppure la parte preponderante del lavoro risale più specificatamente ad agosto/settembre, periodo durante il quale ci siamo trasferiti in Abruzzo per alcune settimane, portando con noi la strumentazione e tutto quanto necessario a registrare l’album. Quanto a strumentazione abbiamo utilizzato un po’ di tutto. Sintetizzatori digitali, analogici, sintetizzatori e sequencers software, campionatori, effetti e multieffetti vari, chitarra elettrica… ma anche didgeridoo, flauto, field recordings, sorgenti sonore di vario tipo e genere, di tipo acustico ed elettronico. Il tutto ovviamente “organizzato” ed elaborato in vario modo attraverso l’uso di un versatile software di montaggio audio.
(Andrea Marutti) Alcuni dei brani che compongono il cd (“The Crossing”, “Decadent Splendour” e “The Crossing”) sono stati realizzati partendo dalle “micro-strutture” a base di chitarra a cui si riferiva Giuseppe rispondendo a una precedente domanda, approntate da lui in quel di Roma. Partendo da lì, una volta in Abruzzo abbiamo aggiunto altre parti sperimentando insieme diverse soluzioni, introducendo anche i field-recordings e le basi “donateci” da Andrea Ferraris e Andrea Freschi, amalgamando il tutto con un accurato mixaggio. Altresì abbiamo registrato altri due brani ex-novo (“Gates of Namathur” e “Among the Ruins”) con i quali, nella stesura della scaletta, abbiamo deciso di inframezzare i tre precedenti. Data la “corposità” del disco, abbiamo preferito escludere un’ulteriore brano approntato in quell’occasione riservandoci di destinarlo eventualmente a futuri utilizzi slegati da un album, per esempio su una compilation. Tra i vari strumenti elettronici utilizzati vorrei menzionare i sintetizzatori Korg MS20 e Roland JD-800, e il campionatore Akai S6000.
Quali sono gli artisti dark ambient che trovate interessanti?
(Giuseppe Verticchio) Il termine “dark ambient” include sicuramente un’ampia serie di sotto-generi, spesso dai “contorni stilistici” non ben definibili e “classificabili”. Ad ogni modo, intendendo il temine “dark-ambient” in senso molto lato, posso dire che ci sono moltissimi artisti, anche piuttosto diversi tra loro, che stimo, apprezzo, e ascolto abitualmente, o che magari ho particolarmente apprezzato in passato. Senza alcun ordine di preferenza posso citare come nomi sicuramente più noti Nordvargr, Desiderii Marginis, Lustmord, Thomas Köner e Kammarheit. Ci sono però molti altri artisti meno noti che io stesso conosco più marginalmente, e dei quali ho avuto modo di ascoltare album anche molto molto interessanti. Parlando invece di artist/progetti italiani i primi nomi che mi vengono in mente sono sicuramente New Risen Throne, Eidulon, Olhon, Aethere, Subinterior...
(Andrea Marutti) Utilizzando la sigla “Dark Ambient” nell’accezione più ampia del termine e includendo quindi tutto li movimento “Ambient Industrial” direi innanzitutto l’Italiano Bad Sector, poi i Maeror Tri, il “mostro sacro” del genere Lustmord, Thomas Köner, Alan Lamb, Cisfinitum, Subinterior, Ornament…
Chi si è occupato dell'artwork e quale significato possiamo dargli?
(Giuseppe Verticchio) Anche in questo caso abbiamo lavorato insieme alla sua progettazione e realizzazione. Cercando delle immagini che potevano in qualche modo “descrivere” opportunamente il contenuto e le atmosfere del cd abbiamo selezionato di comune accordo delle belle foto scattate da mio fratello durante alcuni suoi viaggi nel sud-est asiatico. Quindi partendo da una mia prima rudimentale “bozza” per una possibile “front cover” Andrea ha poi ampliato e sviluppato in modo straordinario l’idea di base, ottenendo un risultato finale che considero davvero straordinario e che personalmente non sarei mai stato in grado di ottenere. Quanto al significato, credo che molto semplicemente sia un artwork che descriva bene le atmosfere oscure, decadenti ma al tempo stesso “imponenti” e a tratti persino “epiche” che è possibile riscontrare nella musica del cd. I “soggetti monumentali” di templi e rovine di antichi imperi asiatici è inoltre una ulteriore “connessione” con il mio personale interesso verso l’Asia e verso la musica etnica, la cui influenza è comunque percepibile, seppure in modo piuttosto “subliminale”, in alcune parti dell’album.
(Andrea Marutti) Sulla realizzazione dell’artwork direi che ha già detto tutto Giuseppe, le foto scattate da suo fratello sono semplicemente fantastiche e dal mio punto di vista è stato molto significativo poter attingere ad un tale patrimonio di materiale assolutamente originale per le grafiche del nostro disco. La scaletta dei brani di “Forgotten Realm”, così come anche quella del precedente cd, è una sorta di viaggio/percorso e credo che non avremmo potuto trovare supporto iconografico migliore per descriverlo se non nelle foto di Enrico.
Come sono nate le collaborazioni con Andrea Freschi e Andrea Ferraris?
(Giuseppe Verticchio) Molto semplicemente sia io che Andrea Marutti siamo in contatto con entrambi da anni, ne abbiamo grande stima e apprezziamo la musica che solitamente producono, e quindi al momento in cui abbiamo iniziato a pensare a quali avrebbero potuto essere i nostri “compagni di viaggio” per il secondo capitolo di Hall Of Mirrors  i nomi di Andrea Freschi e Andrea Ferraris sono stati tra i primi a saltare fuori…
(Andrea Marutti) Mi sento molto legato ad Andrea Ferraris e Andrea Freschi, entrambe sono persone dotate di un’onestà ineccepibile, una cosa diventata ormai molto rara al giorno d’oggi. Con Andrea Freschi ho avuto modo di collaborare pubblicando su Afe due cd-r del suo progetto Subinterior, mentre la sua Opaco Records ha ospitato il primo album pubblicato a mio nome intitolato “The Brutality of Misbreathing”. Ho avuto modo di pubblicare anche materiale di Andrea Ferraris con la sua “Industrial Band” Ur, che tra l’altro è stata battezzata dal vivo nel 2005 proprio durante il party per i festeggiamenti del decennale di attività dell’Afe Records. Come scrivevo già più sopra, Andrea Ferraris ed io collaboriamo insieme al progetto Sil Muir, il cui primo cd è stato pubblicato la scorsa estate su Diophantine negli USA. I field-recordings di Andrea Freschi in “Gates of Namathur” hanno dato un’enorme spinta in più al brano, mentre la chitarra “trasfigurata” di Andrea Ferraris che chiude “Among the Ruins” ha un che di soprannaturale.
Lasciate un commento su ognuna delle cinque composizioni..
(Giuseppe Verticchio) Mi riesce sempre molto difficile “commentare” in qualche modo la musica che io stesso realizzo. Proverò magari a sottolineare qualche elemento che dal mio punto di vista è interessante rilevare…
“The Crossing” è evidentemente un lungo brano di tipo introduttivo. Inizia con atmosfere abbastanza “statiche” e  tipicamente “drone oriented” per poi, un po’ “a sorpresa”, introdurre a sua volta il suono di una chitarra elettrica effettata dal suono molto “morbido”, ma con bassi “pulsanti”, che ricorrerà anche in altre parti del cd.
“Gates of Namathur” è forse il brano che personalmente preferisco. Qui la chitarra elettrica è assente, e compare invece, anche qui piuttosto “a sorpresa”, il suono molto trattato di un flauto thailandese ( “khlui”) che caratterizza il brano donandogli un’impronta vagamente “etnico-rituale”, molto in linea, come atmosfere, con le immagini utilizzate per le grafiche del cd.
In “Decadent Splendour” torna il suono piuttosto “etereo” di una chitarra, non troppo dissimile da quella presente in “The Crossing”, ma la struttura del brano è molto diversa. Nella parte finale in particolare emerge una parte molto “rumorosa”, ritmica, quasi industriale, su cui è sovrapposta in sincrono una parte ritmica di didgeridoo che, nell’amalgama sonoro, appare quasi indistinguibile dalla parte ritmica “sintetica”. 
“Among the Ruins” inizia apparentemente come un “placido” e fluttuante brano tipicamente “ambient”, ma una lenta e progressiva “metamorfosi” trasfigura completamente le atmosfere e le sonorità, che divengono molto più aspre, distorte, metalliche, “aggressive”, culminando in un picco dinamico che poco oltre scema in uno pseudo-silenzio dominato da profondi drones di sottofondo, sovrapposti ad una parte di chitarra trattata di Andrea Ferraris che al momento del montaggio audio ci è parsa assolutamente “perfetta” per chiudere “in bellezza” il brano…
“The Fortress” è il brano più “atipico”, come sonorità e atmosfere, rispetto agli altri brani del cd.
La presenza di parti di sequencer accostate a ritmiche cadenzate e “tocchi melodici” di pads sintetici dal sapore vagamente “epico”, il tutto poggiato su substrati di drones, fruscìi, disturbi, ronzìi e arpeggi di chitarra, ne fa un capitolo un po’ “a sé” rispetto al resto del cd. Una chiusura intenzionalmente un po’ “spiazzante” che, in un certo senso, “accende” il dubbio su quale sarà la possibile “direzione” del futuro terzo capitolo del progetto Hall Of Mirrors .