
Non appena metto piede nella saletta concerti del Covo noto immediatamente la mancanza della batteria: indice che i Black Wire si affidano alla drum machine, e i primi dubbi affiorano. Non appena vedo passarmi a fianco i tre del gruppo capisco il livello di astrazione metafisica che il cantante deve aver raggiunto con il supporto di chissà quale surrogato stupefacente: faccia stralunata, espressione un po’ tumefatta, occhi sgranati, capelli arruffati e sudaticci, una giacca di pelle nera che nasconde una canottiera di Mickey Mouse che lui esibisce con orgoglio fanciullesco. Un Pete Doherty ciclostilato. Non appena parte ‘God Of Traffic’ mi sembra di essere catapultato in una versione dei Rakes più spigolosa e meccanica: sarà per l’incalzante drum machine di cui all’inizio che riempie quasi da sola i riff chitarristici di Simon Mc Cabe ed i giri di basso di Tom Greatorex, sarà perché la mobilità schizofrenica di Dan Wilson (il cantante di cui sopra) lo fa sembrare un Alan Donohoe ancor più allucinato, in preda al crack più che all’alcol. Nonostante questo, la mezz’ora abbondante che il trio di Leeds riempie con le 10 canzoni in scaletta (in evidenza ‘Attack! Attack! Attack!’, ‘Hard To Love, Easy To Lay’ e ‘Brain Dead’, bella anche se fin troppo simile a ‘Terror!’ dei già citati Rakes) passa lieta e divertente, riuscendo a prendere le gambe con il suo ritmo ammorbante e grazie all’esuberanza del trio. Niente di eccezionale, in fin dei conti, ma neanche scandalosi: un buon diversivo, insomma.
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